Il secondo giorno della conferenza ministeriale PDF Stampa E-mail

Il secondo giorno della conferenza ministeriale non ha riservato particolari sorprese.
Nessun tema ha preso il sopravvento sugli altri nella sessione di lavoro sulla revisione delle attività della WTO compreso il Doha Round.
Due temi hanno accesso il dibattito. Il primo è quello dell’ormai lunga disputa sulle banane che sembra volgere ad una soluzione. Il secondo invece riguarda il tema del cotone con la minaccia dei Paesi produttori dell’Africa occidentale di lanciare una causa contro gli Stati Uniti al tribunale della WTO.

La sessione di lavoro è stata introdotta dallo stesso Lamy che ha posto l’accento su quattro temi in particolare: gli accordi regionali, il Doha Round, l’ Aid for Trade e l’accesso alla WTO di nuovi Paesi.
Sul primo aspetto, il proliferare di accordi regionali e bilaterali, ha affermato Lamy, ha posto serie tensione sul commercio multilaterale. Rispetto al Doha round, quasi tutti i Paesi ripetono la necessità di chiuderlo nel prossimo anno, ma i disaccordi sono molti soprattutto rispetto all’atteggiamento statunitense che è arrivato a Ginevra chiedendo più concessioni con i Paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli emergenti, india, Brasile, Cina, già insoddisfatti rispetto ai testi del dicembre 2008.

Entro fine dicembre, ha ribadito Lamy, verrà steso una piano di lavoro più dettagliato (una ennesima road map?) per la conclusione del negoziato nel 2010

Rispetto all’ingresso di nuovi Paesi membri, alcuni Paesi hanno invece sottolineato la necessità di assistenza tecnica e soprattutto che la valutazione del loro ingresso avvenga su criteri squisitamente tecnici ed economici e non politici. Attualmente le regole della WTO permetto ai Paesi di porre il veto sull’ingresso di nuovi membri.
Sul tema degli aiuti al commercio (Aid for Trade) il direttore generale della WTO ha domandato come è possibile assicurare i fondi in un periodo di restrizione ai bilanci di tutti i Paesi a causa della crisi e con una contestuale riduzione sostanziale degli investimenti privati in settori chiave come i trasporto, e le infrastrutture energetiche.

Forti divergenze si sono registrate anche sulla questione dei beni ambientali, con il sostegno esplicito degli Stati Uniti alla rapida liberalizzazione delle tecnologie climate-friendly. Dietro alla questione dei beni e dei servizi ambientali, si cela un conflitto tra Paesi emergenti e Paesi sviluppati. Questi ultimi sostengono che la liberalizzazione di servizi e beni ambientali sosterrebbe la lotta al cambiamento climatico. Ma il problema è quali sono considerati i beni ambientali. Ad esempio il Brasile sostiene che nel pacchetto di beni ambientali dovrebbe essere incluso l’etanolo, sul quale gravano pesanti dazi americani ed europei a difesa dei loro agrocarburanti che sono molto più costosi dal punto di vista economico ed energetico di quello brasiliano.

Rispetto alla disputa delle banane, l’Unione europea ed i Paesi latinoamericani hanno intensificato i negoziati sulla questione delle tariffe applicate dal vecchio continente. La proposta europea potrebbe passare da 176 euro a 148 euro la tonnellata con una riduzione ulteriore nei prossimi anni fino a raggiungere i 114 euro. In cambio, i Paesi latinoamericani dovrebbero abbandonare la controversia commerciale sollevata nella WTO. Si tratta di una proposta che la stessa Ue aveva avanzato nel 2008 ma che si era perduta dopo l’ennesimo fallimento dei negoziati. Il tema fa riferimento alle preferenze commerciali che la stessa Ue concede ai Paesi ACP che vanno chiaramente a discapito di quelli latinoamericani. La commissione è disposta a concedere aiuti per sostenere i costi di aggiustamento che deriveranno dalla perdita di accesso duty and quota free al suo mercato per le banane ACP, ma la questione ancora pendente riguarda l’ammontare complessivo.

L’intesa sulle banane fa parte del tema più generale dell’erosione delle preferenze commerciali che si è accompagnato al lancio del Doha Round per la completa liberalizzazione del commercio dei prodotti tropicali. La questione si è concentrata su quali siano i prodotti da considerare tropicali con alcuni oggetto a dibattito come il rum, il tabacco, i fiori recisi etc.

Infine la questione del cotone. A partire dal 2003, la questione dei Sussidi al cotone negli Stati Uniti è diventati vitale per il gruppo di quattro Paesi produttori dell’Africa occidentale. La loro riduzione fa parte del pacchetto negoziale agricolo, ma gli Stati Uniti non stanno facendo niente per ridurre i propri sussidi alla piccola ma potente lobby nazionale di produttori. Mamadou Sanou, ministro del commercio del Burkina Faso, ha dichiarato che di portare Washington di fronte al tribunale della WTO se continuerà a non cambiare niente nelle sue politiche. “Non siamo in grado di aspettare oltre – ha affermato il ministro – il nostro settore del cotone è in pericolo di estinzione”.

Intanto dal fronte della società civile sono attese nuove mobilitazioni come il terzo giorno di tour tra le sedi delle grandi Corporation a Ginevra. Il primo giorno si è andati davanti alla banche, il secondo, ovvero ieri, l’obiettivo erano le imprese del agrobusiness, oggi è il turno di quelle imprese che contribuiscono in modo determinante al riscaldamento globale attraverso veri e propri “crimini” ambientali. Quattro delle dieci più grandi imprese svizzere realizzano enormi profitti con l’estrazione ed il commercio di petrolio, gas ed altre materie prime e sono responsabili dell’emissione di grandi quantità di gas ad effetto serra. La Mercuria Energy Trading, ad esempio, è una delle più grandi trader di petrolio, gas, biocarbuarnti e carbone. Essa produce biodiesel dall’olio di palma avendo imposto enormi monoculture in Paesi come la Malesia e la Colombia, con la conseguente distruzione di foresta tropicale ed il dislocamento di intere comunità. Un altro esempio è quello dei colossi bancari Usa Morgan Stanley e JP Morgan, i più grandi finanziatori dell’industria del petrolio, del gas e del carbone. Infine Trafigura, uno dei più grandi trader di petrolio e prodotti minerali. L’estrazione di petrolio e di metalli causa enormi emissioni di CO2 e la distruzione irreversibile degli ecosistemi. Nei paesi del Sud l’industria petrolifera e mineraria priva le comunità locali della loro sovranità sulle terre e sulle risorse naturali, facendo pagare un loro un prezzo enorme dal punto di vista sociale e ambientale.